I migliori strumenti dei programmi di fotoritocco

A tutti, prima o poi, è capitato di iscriversi a un corso di fotografia.

Per me, la prima volta è stata tanti e tanti anni fa. Si fotografava, ovviamente, con reflex a pellicola (“la digitale”, a quei tempi, era una medicina per il cuore). Dopo tre mesi di corso in studio, venne il momento della prima uscita fotografica.

Andammo a Parco Sempione, e quando fummo pronti a scatenare gli otturatori, il Maestro ci diede un consiglio fondamentale: “Tenete d’occhio i bordi del mirino, prima di scattare”. Capimmo il senso del consiglio la sera dopo, quando ci si riunì per proiettare e commentare le diapositive scattate. Non avete idea del numero di teste, mani, pali, ombrelli, rami, paraurti e via discorrendo fossero entrati nel fotogramma da ogni direzione. Particolarmente deleteri si rivelarono i cestini dei rifiuti: introvabili quando dovete gettare una cartaccia, comparivano nell’85% degli scatti, rovinandone l’atmosfera a causa del loro improbabile colore verde squillante.



Ai tempi della pellicola, un elemento estraneo rovinava un fotogramma in modo definitivo: non c’era la possibilità di correggere il lavoro “a posteriori”, o meglio c’era ma erano procedimenti complicati, alla portata di pochi professionisti.

Per esempio, chi aveva spiccate doti artistiche poteva tentare di stampare la foto e poi intervenire con pennellini e matite per ridurre l’impatto di un elemento disturbante. Questo procedimento si chiamava “fotoritocco”… e il nome è rimasto, anche in tempo di digitale.

Cosa c’è sotto?

Una fotografia è una rappresentazione bidimensionale di una scena tridimensionale. O, se preferite, la realtà che ci circonda è in tre dimensioni e la fotografia ne ha solo due.

La terza dimensione viene comunque rappresentata a causa del fenomeno della “prospettiva”, per cui la foto risulta essere la rappresentazione fedele di quello che un osservatore vede da una specifica posizione. Ma c’è una differenza fondamentale fra una scena realmente tridimensionale e la sua rappresentazione fotografica.

Nel caso della scena tridimensionale, in presenza di un ostacolo in primo piano basta spostare leggermente il punto di visione per vedere cosa c’è dietro di esso. Nella foto questo non si può fare, in quanto il “punto di visione” è fissato al momento del scatto. Quindi, se c’è un oggetto in primo piano, la fotografia non registrerà alcun dato di ciò che si trova dietro all’oggetto stesso.

Questa lunga digressione di fatto ci dice che se in una foto dobbiamo togliere qualcosa, non possiamo aspettarci che sotto ci sia… uno sfondo: se togliamo un particolare ci resta una zona bianca. O nera. Comunque, si tratta di un buco da riempire. Quindi, l’approccio al ritocco torna a essere quello dei “vecchi tempi” della pellicola. Si tratta di ricostruire quello che, ipoteticamente, è stato nascosto dall’oggetto che si vuole rimuovere.

Fortunatamente, il computer può venirci in aiuto, e quindi non è più richiesta una grande manualità per eseguire l’operazione di ritocco, ma piuttosto un minimo di sensibilità “artistica”, un po’ di occhio e la padronanza delle opzioni messe a disposizione da uno strumento sofisticato: il “Timbro clone”.

Cosa fa

Avrete sicuramente usato, prima o poi, un timbro. Nella realtà, il timbro è un blocco di gomma sulla cui superficie sono riportati in rilievo lettere o disegni. Impregnato di inchiostro grazie a un tampone, il timbro permette di stampare sul foglio, con un solo gesto, tutto ciò che è inciso sulla superficie.



Lo strumento Timbro che trovate nei programmi di fotoritocco funziona all’incirca sullo stesso principio: consente di imprimere sulla fotografia, con un solo clic, l’intero contenuto della sua “superficie virtuale”. E proprio qui sta la differenza con il timbro “reale”: il Timbro digitale, infatti, è estremamente più versatile perché, per prima cosa, l’incisione sulla sua superficie (la zona di origine, o zona da clonare) può essere variata in qualsiasi momento. Inoltre, la superficie può avere una dimensione “a piacere”, e comunque non è detto che necessariamente si debba trasferire sul foglio l’intero disegno memorizzato su di essa.

Infine, la superficie del timbro può essere benissimo un’area dell’immagine su cui poi andremo a timbrare, o magari di un’altra immagine. E ovviamente può essere a colori. Se detto così vi sembra complicato, traduciamolo in forma più semplice: il “Timbro Clone” permette di scegliere un’area dell’immagine, decidere che quella è la superficie del nostro timbro, e quindi clonarla in un’altra zona della stessa foto (o di un’altra foto), in tutto o in parte.

strumenti fotoritocco

Un caso tipico da Timbro Clone: questa bella immagine di Burano è rovinata dal palo in primo piano, decisamente antiestetico per colore e posizione. Dato che dietro al palo c’è ovviamente solo  l’acqua del canale, è possibile ricostruire lo sfondo e cancellare l’oggetto. Basta scegliere un pennello sfumato, con  dimensioni leggermente superiori al diametro del palo da cancellare. Selezionate poi opacità 100% e mettete il check su Allineato. Infine, scegliete come punto di origine dello  sfondo da clonare un punto appena a sinistra della sommità del palo, abbastanza lontano perché la zona da clonare non si  sovrapponga all’oggetto su cui andrete a clonare. A questo punto, iniziate a “pennellare” sul palo iniziando dall’alto.

Una versione semplificata dello strumento, il “Timbro Pattern”, agisce in modo più simile a quello di un timbro convenzionale: consente di stampare sulla fotografia un motivo preso da una libreria (o realizzato ex novo) che verrà automaticamente ripetuto su tutta l’area voluta. Gli utilizzi più comuni del Timbro sono quelli inerenti l’eliminazione di dettagli non voluti e la loro sostituzione con una ricostruzione dello sfondo, ma lo strumento si presta anche ad altri impieghi, soprattutto se il programma dispone di una versione sufficientemente versatile dello strumento.



Per esempio, è possibile clonare non tutte le componenti dell’immagine, ma solo la parte riguardante il colore – realizzando un metodo semplice per cambiare il colore degli oggetti. Fra le varie versioni del Timbro clone, in questo articolo ci concentreremo in modo specifico sulla descrizione dell’implementazione realizzata da Adobe nei suoi programmi, e in particolare in Photoshop Elements.

Le caratteristiche dello strumento in altri programmi sono comunque molto simili per quanto riguarda la funzionalità di base, mentre differiscono per le funzioni più sofisticate. In particolare, la versione Adobe sfrutta completamente le possibilità date dal motore di calcolo grafico di Photoshop, che consente di applicare funzioni matematiche ai pixel interessati dallo strumento.

Le caratteristiche

Il pannello di regolazione del timbro è in effetti piuttosto sofisticato. Una volta selezionato lo strumento nella palette di sinistra, si presenta subito la scelta fra Timbro Clone e Timbro Pattern. Ricordate che, mentre il Timbro Clone consente di scegliere una zona dell’immagine come “timbro” da copiare dove si vuole, il Timbro Pattern fa uso di una libreria di disegni già pronta, accessibile dalla palette delle opzioni (che esamineremo fra poco). Questa libreria comunque è espandibile e se volete potete crearvi collezioni di pattern per ogni vostra esigenza.

Lo strumento più interessante, in ogni caso, è il Timbro Clone, che offre al fotografo ampie possibilità di intervento. Selezionandolo, nella parte alta dello schermo comparirà la barra delle relative opzioni. La prima cosa da scegliere è la forma del pennello, che può essere selezionata dalla libreria dei pennelli fornita con il programma.

In effetti, le librerie di pennelli possono essere parecchie, considerato che, oltre alla decina che arriva con Elements, è possibile scaricarne altre da Internet e persino crearne di proprie. Comunque, per la maggior parte delle lavorazioni, un pennello rotondo pieno farà al caso vostro. Se dovete ricostruire uno sfondo “naturale”, quasi sicuramente vi conviene optare per un pennello a bordo sfumato; invece, per clonare oggetti in punti diversi dell’immagine può essere più adatto un pennello a bordi netti.

paesaggio burano

Questo è il risultato finale, l’estetica del  primo piano è decisamente migliorata.

Più difficile determinare quanto deve essere grande il pennello. La scelta va fatta, di norma, in base al tipo di superficie da clonare. Se dovete ricostruire, per esempio, un pezzo di intonaco, o di asfalto, caratterizzato di per sé dalla presenza di un “pattern” ripetitivo e piuttosto uniforme, potete utilizzare un pennello piuttosto grande – ma attenzione, deve permettervi di andare fino ai bordi in modo preciso, a meno che non decidiate di usare una selezione per delimitare l’area su cui clonare l’immagine.

Se invece la parte d’immagine che state clonando è caratterizzata da un pattern più grande, quindi facilmente individuabile all’occhio, dovete utilizzare un pennello piccolo e ricorrere a continui spostamenti del punto di origine per evitare di riprodurre in modo identico l’immagine nella sua interezza. Se invece è proprio questo lo scopo, allora non c’è problema, e si può tenere grande la dimensione del Timbro. Teniamo da parte per un attimo il parametro “Metodo”, che è il più complesso da usare, e passiamo all’Opacità.



Questo parametro indica, ovviamente, quanto deve essere visibile la parte clonata e quanto lo deve essere quella sottostante. Un valore 100% indica che la parte sottostante verrà completamente nascosta dai pixel creati dal Timbro, mentre un valore del 50% farà sì che si generi un effetto di trasparenza: la superficie clonata sarà traslucida e lascerà vedere i pixel sottostanti. Per finire, la barra presenta due checkbox: “Allineato” e “Tutti i livelli”.

Se non viene messo il segno di spunta sul primo, a ogni nuova “pennellata” del Timbro la clonazione ripartirà esattamente dal punto scelto inizialmente come origine dell’area da clonare. Se per esempio dovete clonare un piccolo oggetto in tanti esemplari da mettere in punti diversi della foto, questa è la modalità adatta. Se invece mettete su Allineato il segno di spunta, il timbro da quel momento manterrà memoria della posizione relativa del punto di origine dell’area da clonare e del primo punto dove ha iniziato a operare la clonazione.

Quindi, se per esempio fate delle pennellate successive spostandovi verso destra, lo strumento clonerà mano a mano zone di fotografia che si trovano più a destra rispetto al punto di origine dell’area da clonare. “Tutti i livelli”, infine, fa sì che quando si seleziona il punto di inizio dell’area da clonare, lo strumento acquisisca i pixel effettivamente visibili, e non solo quelli del livello attivo in quel momento.

C’è del Metodo…

Abbiamo lasciato per ultimo il pannello “Metodo”, che attiva uno degli strumenti più potenti messi a disposizione dal motore di Photoshop (il quale equipaggia anche il fratello minore Elements). Si tratta del sistema di calcolo grafico, che esegue operazioni matematiche sui pixel. Il motore è in grado di eseguire sia operazioni su pixel appartenenti a un singolo livello, sia fra pixel di differenti livelli. Quest’ultimo, in particolare, è il caso che si verifica quando si usa uno strumento come il Timbro.

Quello che succede è che una volta che il programma ha determinato quale pixel andrà copiato sopra un determinato punto dell’area da ricoprire, il motore di calcolo grafico verrà attivato e calcolerà, partendo dai due pixel (preesistente e clonato) il valore esatto del pixel risultante. Il motore di Photoshop dispone di ben 25 metodi di calcolo predefinito, che coprono un’ampia gamma di possibili trasformazioni.

Di fatto, nel 99% vi troverete a usare il metodo “Normale”, nel quale semplicemente il pixel da clonare va a sostituire il pixel sottostante, cancellandolo. Tuttavia, può essere utile conoscere il funzionamento anche di altri metodi, che possono tornare utili in casi particolari.

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Come “Dissolvi”, che in base al grado di opacità scelto, decide se il nuovo pixel deve essere del colore di quello clonato o di quello preesistente. L’effetto risultante è una specie di sfumatura in trasparenza. Il metodo “Moltiplica”, invece, esegue il prodotto fra il pixel originale e quello clonato. Il risultato è un colore clonato più scuro di quello realmente presente nella zona da clonare. L’effetto contrario si ottiene con “Scolora”, che moltiplica fra loro l’inverso del valore del pixel clonato e del pixel originale. Il risultato è un colore più chiaro di quello che si otterrebbe in modalità normale, e l’effetto ottenuto su grandi superfici può ricordare la proiezione di più diapositive una sull’altra.

Citiamo infine il metodo “Colore”, che crea un pixel il quale conserva la luminosità del pixel di base, ma eredita la tonalità e la saturazione dal pixel applicato. In pratica, con questo metodo potete per esempio cambiare di colore un oggetto, senza alterarne le linee e le ombre/luci.

 

I controlli del Timbro in Photoshop Elements

 

timbro photoshop elements

  1. La dimensione del Timbro Clone è espressa in pixel. Si può scegliere sia scrivendo direttamente il valore numerico, sia spostando un cursore che appare facendo clic sul triangolino. 
  2. Il controllo di opacità serve per stabilire quanto sarà coprente l’effetto del timbro. Un valore di 100% indica che il pixel clonato coprirà totalmente il pixel originale. Un valore pari a 0 corrisponde a nessuna alterazione.
  3. Quando “Tutti i livelli” è attivato, nel momento in cui si seleziona il pixel iniziale della zona da clonare, lo strumento memorizzerà il valore del colore effettivamente visibile, e non quello del solo livello su cui state lavorando (che potrebbe anche essere vuoto).
  4. Questo checkbox influenza il comportamento del timbro quando usato per multiple “passate”. Quando non è attivato, ogni nuova passata del Timbro (da qualsiasi punto inizi) clonerà esattamente la zona selezionata all’inizio come zona di origine. Se “Allineato” è attivo, il Timbro ricorda lo spostamento rispetto alla posizione della prima clonazione.
  5. Il metodo Normale è quello usato nella maggior parte dei casi. Il Timbro in questa modalità si limita a sostituire il pixel originale con quello clonato.
  6. Il metodo Dissolvi, usato insieme al controllo di opacità, consente di creare interessanti effetti di sovrapposizione e sfumatura.
  7. I metodi di questo gruppo creano zone clonate più chiare e con contrasto ridotto rispetto ai pixel originali. L’effetto ricorda quello ottenibile in camera oscura riducendo l’esposizione della carta alla luce dell’ingranditore.
  8. Questi metodi creano effetti di solarizzazione o posterizzazione.
  9. L’ultimo gruppo di metodi consente di operare nel dominio dl colore, alterando quindi la cromaticità delle zone clonate, la loro saturazione e la luminosità.
  10. I metodi di questo gruppo consentono di ottenere zone clonate più scure delle originali, in varie modalità. L’effetto si ottiene intensificando varie componenti del pixel (tonalità, saturazione eccetera) e ricorda ciò che si otteneva in camera oscura aumentando l’esposizione della carta sensibile sotto l’ingranditore.
  11. Questi metodi sono tarati in modo da schiarire le parti chiare, e scurire quelle scure, producendo un effetto simile a quello che si avrebbe illuminando la scena con vari tipi di faretti.
  12. La finestra di scelta del pennello consente di selezionare per il Timbro Clone uno qualsiasi dei pennelli presenti nelle librerie di Elements. Basta un clic sul triangolino per far apparire la finestra estesa con le icone dei pennelli installati e l’ulteriore possibilità di cambiare libreria o aggiungerne altre.

Ulteriori informazioni



Pubblicato: 2017-04-02T14:10:45+00:00

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